REINCANTAMENTO. Episodio 8. Il Sole psichedelico

Alessandro Y. Longo
9 min readAug 25, 2020

--

Reincantamento ha anche una pagina Instagram che riprende, approfondisce ed espande le idee di questa rubrica. Gli episodi precedenti sono tutti disponibili sul mio profilo Medium.

Bentornate, bentornati su REINCANTAMENTO. L’episodio di oggi esplora un possibile percorso verso un reincantamento del mondo: la via psichedelica. Cambiare il modo di vedere la realtà, ribaltare la prospettiva presente, è il significato principale della pratica di riflessione qui chiamata reincantamento. Le esperienze psichedeliche nel corso della loro millenaria storia hanno contribuito a capovolgere i punti di vista preesistenti, diluendo gli automatismi e i bias della mente umana fino a portare alcuni individui ad esperienze mistiche e persino rivelatrici. Sostanze come la psilocibina (contenuta nei funghi allucinogeni), il peyote, l’ayahuasca, la mescalina, l’LSD e la DMT sono in grado di causare esperienze molto intense, il cui senso va al di là del semplice divertimento o, peggio, dell’intossicazione auto-distruttiva.

Negli ultimi anni, il mondo della cultura e quello della ricerca medica (soprattutto in ambito psichiatrico) stanno vivendo un vero e proprio Rinascimento Psichedelico con un rinnovato interesse verso la storia e le esperienze associate a queste sostanze. L’attuale fermento ha prodotto libri di valore come Trip di Tao Lin, Come cambiare la tua mente del giornalista Michael Pollan e l’italiano LSD di Agnese Codignola. Inoltre, in Italia è stato di recente ripubblicato LSD, il mio bambino difficile di Albert Hoffman, testimonianza dello scienziato che ha inventato la sostanza psichedelica per eccellenza.

Irradiati e inaciditi

Il sole psichedelico irradia il mondo di una luce brillante, di un bagliore alieno che modifica la nostra percezione delle cose. Reincantare il mondo è una pratica acida: per immaginare un’altra realtà, con altri assiomi metafisici, è necessario alleggerire e persino abbandonare gli schemi mentali con cui spieghiamo il nostro mondo. Operare questo cambiamento non è facile. L’essere umano si rifugia nelle sue abitudini e nei suoi schemi di pensiero da tutta la sua storia. Erigiamo cattedrali e costrutti sociali per illuderci che ciò che ci circonda sia eterno ed immutabile. È una strategia utile, una forma di resistenza e adattamento che ci ha portato a sopravvivere per millenni. Per questo motivo, per raggiungere quel cambiamento di prospettiva che chiamiamo reincantamento abbiamo bisogno di strategie e catalizzatori. La psichedelia è uno di questi. L’esperienza psichedelica, inoltre, ha la particolarità di essere soggettiva pur causando uno slittamento di alcuni parametri oggettivi della realtà. In questa paradossale doppia natura della psichedelia si nasconde una chiave preziosa per comprendere ed espandere l’idea di reincantamento. Un mondo reincantato è un mondo che ha attraversato un cambio di atmosfera, un mondo attraversato da una luce diversa. Perché si dia questo switch non basta una presa di coscienza intellettuale, per quanto sia collettiva: il reincantamento va sentito. Va avvertita una viscerale mutazione della percezione della struttura della realtà e delle sue possibilità intrinseche. I raggi obliqui del sole psichedelico rimescolano chimicamente il nostro sé: a livello interiore si attiva un’alchimia spirituale e mentale che può dare vita a nuove e inedite prospettiva.

«La psichedelia è il vero opposto della nostalgia, il contrario di ricordare è allucinare»

L’idea di alchimia spirituale affonda le sue radici nel sufismo, la dimensione mistica dell’Islam: i saggi sufi cercavano un avvicinamento a Dio ma erano consapevoli di come la conoscenza teorica e dottrinale non fosse sufficiente per i loro scopi. Si rendeva necessaria anche una modificazione della volontà. L’alchimia spirituale era il nome dato a questo processo di modificazione interiore, articolato in varie fasi che ricordano, anche a livello di linguaggio, i resoconti di chi ha assunto sostanze psichedeliche. Si parla di “liquefazione” dell’anima, di raggiungimento di una maggiore plasticità psichica e di una consapevolezza cosmica. Del resto, è noto ed esplorato il legame tra psichedelia e misticismo: un altro nome per queste sostanze è enteogene, che significa letteralmente “ciò che manifesta Dio”. Il reincantamento non è una pratica religiosa né presuppone l’esistenza di qualsivoglia essere superiore o trascendentale. Tuttavia, l’alchimia spirituale della psichedelia non può che avvicinarci all’ineffabile del mondo, al surplus della realtà materiale che sfugge perennemente ad ogni razionalizzazione. Edoardo Camurri, nella sua prefazione agli scritti acidi di Aldous Huxley, colloca la psichedelia in una battaglia millenaria tra un pensiero audace e gioioso, sperimentatore e ardente di verità, e le “forze della chiusura”, i limiti che la mente e l’organizzazione umana pongono per mantenersi stabili. La genealogia tracciata da Camurri arriva fino al filosofo neoplatonico Plotino, il cui pensiero sembra illuminato da una luce altra e legato ad un sentire (prima ancora che ad un intendere) differente: «Nel mondo intelligibile, che è il mondo delle idee platoniche, tutto risplende; di conseguenza, la cosa più bella nel nostro mondo è il fuoco».

Stupore, impazienza, empatia

Leggendo i resoconti di persone che hanno vissuto un’esperienza psichedelica, accade spesso di notare paragoni tra il trip e la propria infanzia, di leggere dichiarazioni di persone che si “sentivano come bambini”, stupendosi di tutto ciò che li circondava. Non si tratta solo di una sensazione temporanea ma di un sentimento di rinnovamento che persiste anche nei giorni successivi all’esperienza (il cosiddetto afterglow). Come spiegare questo sentimento diffuso? Carlo Mazza Galanti nella sua recensione su Esquire del libro di Michael Pollan lo spiega in modo semplice:

«Gli psichedelici attivano circuiti profondi e primari del cervello conferendo “neuroplasticità” e differenziando le aree e le connessioni laddove nella vita “normale” si tende a specializzare sempre più strettamente le aree e i tracciati cerebrali, limitando le connessioni solo a quelle che servono. Insomma, e in fondo piuttosto banalmente, l’abitudine ottunde la percezione e la vivacità mentale, ci rende efficienti ma ripetitivi e poco disposi all’imprevisto: gli psichedelici aggiungono entropia e libertà nei movimenti delle nostre sinapsi riavvicinandoci alla freschezza e alla plasticità del cervello dei bambini e dei creativi. Fare un trip è come dare uno scossone, un “ricablaggio”, un “reset” o “control-alt-delete biologico” (tutte metafore tratte dal libro, il cui carattere tecnologico-informatico meriterebbe di essere considerato in una riflessione a parte) della mente che ci permette di uscire dai tracciati correnti e di pensare il mondo e noi stessi in termini nuovi e potenzialmente più sani».

Il libro di Pollan in effetti ha il merito di riportare l’attenzione su alcune ricerche svolte sin dagli anni ’50 fino al periodo del “panico morale” di metà anni ’60. In queste ricerche LSD e psilocibina venivano usate, con risultati spesso soddisfacenti, per curare l’ansia, la depressione e le dipendenze. Lo “shock” psichedelico riattiva lo stupore nei confronti del mondo e diluisce gli schemi e la ricorsività a cui la depressione o l’alcolismo costringono. Come articolare una terapia mediante psichedelici è ancora oggetto di discussioni nella comunità psichiatrica e queste sostanze, nonostante i risultati incoraggianti, restano ancora illegali.

Eppure, al di là dei dibattiti clinici, i trip ci insegnano la plasticità e la mutabilità del reale. Gli schemi in cui imbrogliamo il mondo, quella che abbiamo più volte chiamato “metafisica”, tendono proprio all’opposto, annullando l’aspetto differenziale della realtà e presentando l’esistente come l’unico mondo possibile. In questo fatalismo, i sistemi sociali ci sembrano eterni, persino divini, e non frutto di organizzazioni umane e storiche. Il compianto critico culturale Mark Fisher definiva ‘realismo capitalista’ il fatalismo tipico della società odierna e frutto di un’illusione prospettica che ci priva di qualsivoglia alternativa. Negli ultimi anni della sua vita, Fisher aveva rivolto la sua attenzione proprio al mondo della psichedelia, vedendo in essa un’alternativa al disincanto del mondo neoliberale. Il critico lavorava ad un libro dal titolo Acid Communism. La coscienza psichedelica emersa nella controcultura tra gli anni ’60 e ’70 ha portato una generazione a cambiare prospettiva sul mondo e ad avvicinarsi a quell’ineffabile che fuggiva a tutte le misurazioni del mondo precedente. Il desiderio catalizzato dall’acido ha destabilizzato le rigide linee di faglia della società fordista, della società dei consumi e della famiglia nucleare ed edipica. La sperimentazione con queste sostanze ha contribuito a generare una voglia nuova di sperimentazione, una ricerca di forme di vita inedite e un generale ribaltamento dei costumi usuali. E sotto questa nuova luce, il mondo di ieri rivelava la sua contingenza. Non si trattò di una rivoluzione, sottolinea Fisher, ma si generò una sorta di impazienza verso il mondo dell’epoca e una presa di coscienza collettiva dei crimini commessi da quella società. Inoltre, la coscienza psichedelica dello scorso secolo ha diffuso e democraticizzato problemi metafisici, come la plasticità del reale e la questione della percezione. Mai come allora questi problemi filosofici, indagati sin dai tempi di Plotino, avevano permeato la consapevolezza di milioni di persone, anche al di là del loro personale consumo di sostanze.

Il termine impazienza, usato da Fisher, è estremamente pertinente perché evidenzia il carattere di visceralità della coscienza psichedelica. Infatti, durante un trip, è comune sentire una forte connessione ed empatia nei confronti delle altre forme di vita e degli ambienti che ci circondano. La psichedelia sviluppa una sorta di olismo intensificando la sensazione di essere parte di un Tutto armonico.

I nostri tempi, sembra quasi banale ribadirlo, hanno un disperato bisogno di scosse di radicale empatia. Le stragi di migranti che avvengono a largo delle nostre coste e il quotidiano ecocidio del pianeta si consumano nella totale indifferenza della maggior parte della popolazione e nella tragica complicità dei governi. Non solo l’empatia è assente, ma, ancora peggio, l’empatia viene manipolata dai social media e dalle aziende che li possiedono. Basti pensare agli eventi dell’ultimo anno e mezzo e all’enorme interesse scoppiato, quasi all’improvviso, verso la questione ambientale prima e, più di recente, con l’omicidio di George Floyd, verso il razzismo sistemico negli Stati Uniti d’America e non solo. Quasi come degli eventi di engagement coordinato queste settimane di indignazione, sono state tanto intense quanto brevi. Per la maggior parte delle persone sono scomparse tanto dalla memoria quanto dai feed social, sostituiti dagli ultimi trend dell’algoritmo. L’omogeneità imposta dagli algoritmi dell’industria, di cui abbiamo discusso nell’episodio 4, è diametralmente opposta rispetto all’impazienza psichedelica e all’empatia acida. Questa tecno-mentalità si oppone all’espansione e alla dilatazione del sentire psichedelico.

Non è un caso che gli Stati Uniti d’America abbiamo iniziato a risvegliarsi sull’orrore del Vietnam proprio in contemporanea con il trip collettivo dei sixties. La cultura acida ha allargato il campo della percezione e dell’empatia facendo sentire maggiormente quali dolori esistevano nella società, oltre ogni dispositivo di controllo. Il filosofo francese Gilles Deleuze, nella sua intervista postuma Abécédaire, da una risposta illuminante sull’idea di percezione espansa. Quando l’amica Claire Parnet gli chiede cosa abbia significato per lui (intellettuale atipico) essere di sinistra, Deleuze risponde:

«Se mi si chiede come definire la sinistra, essere di sinistra, direi due cose. Ci sono due modi. E anche qui è innanzitutto una questione di percezione. C’è una questione di percezione: cosa vuol dire non essere di sinistra? È un po’ come un indirizzo postale. Partire da sé, la via dove ci si trova, la città, lo Stato, gli altri Stati e sempre più lontano. Si comincia da sé nella misura in cui si è privilegiati, vivendo in paesi ricchi, ci si chiede: come fare perché la situazione tenga? […] Essere di sinistra è il contrario. […] Vedi prima di tutto all’orizzonte, e sai che non può durare. È impossibile che questi miliardi di persone che crepano di fame… Può durare ancora cento anni, non so, ma non si deve esagerare, è l’ingiustizia assoluta. Non è tanto in nome della morale. È in nome della percezione stessa. Se si comincia dal limite, ecco, si è di sinistra. E in un certo modo si aspira… si capisce che sono quelli i problemi da risolvere. Essere di sinistra è sapere che i problemi del terzo mondo sono più vicini a noi dei problemi del nostro quartiere. È veramente una questione di percezione, non di anime belle, no. Prima di tutto è questo per me, essere di sinistra».

L’orizzonte a cui accenna Deleuze è quello di un movimento che “offre cura incondizionata senza comunità (non importa da dove vieni o chi sei, ci prenderemo cura di te comunque)”. Illuminato dalla luce iridescente del Sole psichedelico, il mondo appare più unito nell’insieme delle sue parti, connesso da un radicale sentire comune. La coscienza acida è maggiormente consapevole del brulicare di altre menti e altre prospettive tutto intorno a noi. L’ego umano è ridimensionato, le sue ferite narcisistiche ricalcate: sotto la luce acida di questo mondo non siamo che creature uguali a tutte le altre. Siamo fatti della stessa sostanza di cui sono fatti gli altri: comprendere profondamente una verità, all’apparenza così banale, addirittura scontata per la scienza moderna, è un passo arduo in cui il catalizzatore psichedelico ci aiuta. Le distinzioni nette che la mente rafforza nel corso di una vita si affievoliscono e nuove, inedite connessioni si saldano. Il mondo si riapre allo stupore e alla meraviglia oltre ogni calcolo, la plasticità e il divenire prendono il posto della rigida fissità che sembra strutturare l’esistente. Nuovi punti di vista liquefatti aprono gli occhi su un mondo reincantato.

--

--

Alessandro Y. Longo

Digital Humanist, wannabe tech critician, working for re-enchanting the world