REINCANTAMENTO. Episodio 7. Destituire e Curare

Per rimanere informati sugli avvenimenti di Seattle: qui il sub-reddit della Zona autonoma. Qui il profilo twitter di una giornalista che segue gli eventi e qui il blog del quartiere. Infine, un’intervista a un residente.

Da lunedì 8 giugno sta succedendo qualcosa di importante a Seattle. Dopo una settimana di intense proteste, il Sindaco Jerry Durkan ha ordinato alle forze dell’ordine di lasciare l’area dell’East Precinct in modo tale da calmare gli animi e permettere uno svolgimento più pacifico delle manifestazioni.

In uno sforzo proattivo per disinnescare gli scontri tra manifestanti e forze dell’ordine fuori dall’East Precint, il capo Best e il Dipartimento di polizia di Seattle hanno rimosso le barricate che circondavano l’East Precincnt mettendo in sicurezza l’area.

Il gesto del sindaco ha segnato una faglia nello svolgersi delle proteste, segnando l’inizio di quella che è stata chiamata Capitol Hill Autonomous Zone, per gli amici CHAZ. I manifestanti hanno preso controllo di un’area piccola che comprende un paio di isolati nel quartiere di Capitol Hill, nella zona est di Seattle. Capitol Hill è un quartiere storicamente progressista, fondamentale per la scena grunge cittadina e uno dei più importanti quartieri LGBTQ d’America sin dagli ’60. Di recente, è stato uno dei quartieri più colpiti dalla gentrificazione della metropoli del Nordovest. Quando nella nottata di lunedì la polizia si è allontanata dall’area, i manifestanti hanno innalzato delle barricate — ancora modeste e superabili — e soprattutto hanno dichiarato “zona autonoma” il circondario. Come si legge dai report dei testimoni, la sensazione è di trionfo: i manifestanti guadagnano spazio man mano che la polizia si allontana.

Immediatamente, la notizia viene annunciata su Twitter. L’impatto comunicativo è oggettivamente forte: pur trattandosi solo di uno spartitraffico con un cartello di cartone attaccato sopra, la prima immagine che arriva ai social media è potente come quella di un Arco di Trionfo. Nel cuore di una metropoli occidentale la exit option prende vita: gli Stati Uniti sono uno stato fallito, dilaniato da una pandemia e da una guerra civile mai davvero terminata. Il fallimento è così radicale da rendere ogni tentativo di riforma inutile. L’ultima chance del riformismo americano era Bernie Sanders. Il suo fallimento politico è il primo catalizzatore della rivolta di oggi. Il secondo è, ovviamente, il virus incoronato che ha paralizzato il mondo. A Seattle emerge quella che forse oggi è l’unica strategia possibile: il ritiro dallo Stato, la dissoluzione dei legami di sovranità fino ad ora vigenti. Lo si capisce dal materiale che ci arriva da quei luoghi: cartelli che dicono “THIS SPACE IS NOW PROPERTY OF THE SEATTLE PEOPLE” o “You’re now leaving USA”.

Il Seattle Police Department che diventa Seattle People Department. La proprietà dello Stato o del Governo Federale è, semplicemente, abolita. Non si riforma, si destituisce. Non è forse una lezione dell’intero movimento Black Lives Matter? La richiesta di ridurre i fondi alla polizia non è uguale a chiedere l’abolizione delle forze dell’ordine. Ridurre i fondi è un modo progressivo di destituire un’istituzione. Nel tempo, con sempre meno fondi, essa diventerà semplicemente inutile e superflua.

Non si tratta di una strategia unicamente difensiva. Come diceva Gilles Deleuze: «È possibile che fugga, ma nel corso della mia fuga cerco un’arma». La fuga dagli Stati Uniti della CHAZ è una fuga che straborda i confini del quartiere occupato per riversarsi sull’intera città. È quello che è avvenuto nella nottata di martedì 9 quando centinaia e centinaia di manifestanti hanno occupato per più di un’ora il Municipio di Seattle. I manifestanti sono entrati cantando “Whose City Hall? Our City Hall!” (di chi è il municipio, è il nostro municipio): dalla CHAZ l’onda di destituzione e riapporpriazione arriva al cuore della città. Il Municipio occupato è il Municipio destituito: come si sente dalle parole dei manifestanti, un municipio che ha servito politici corrotti privi di interesse reale nei confronti delle comunità afroamericane merita soltanto il fallimento.

«Ciò che abbiamo sconfitto qui è l’establishment politico di questa città. La nostra lotta non è solo contro la polizia, la nostra lotta è per un cambiamento di sistema» dice Khsama Sawant, uno dei portavoce del movimento. Il re è nudo. La gentrificazione e la violenza poliziesca sono due braccia dello stesso corpo, non si ferma una senza fermare l’altra. Dopo l’incursione al Municipio, i manifestanti ritornano alla CHAZ e proiettano il documentario “13th”: si tratta di un eccellente resoconto dei legami strutturali e intrinseci tra razzismo di Stato ed economia di mercato. Black Lives Matter è consapevole che i flussi di denaro richiedano la prigionia di centinaia di migliaia di afroamericani. Il sistema non è rotto: esso funziona al meglio delle sue possibilità quando esprime tutto l’orrore raccontato in “13th”. Non si può più riformare, solamente destituire. Su Medium viene postata una lista di 30 richieste provenienti dalla CHAZ. Il primo punto recita: The Seattle Police Department and attached court system are beyond reform. We do not request reform, we demand abolition.

Seguono altre richieste sulla giustizia, dall’abolizione del carcere minorile ai risarcimenti per le vittime della polizia, decriminalizzazione e amnistia per tutti i manifestanti, liberazioni dei prigionieri legati a spaccio di marijuana e altro ancora. Economia e salute sono altrettanto importanti: stop alla gentrificazione di Seattle, tetto massimo agli affitti, fondi alla cultura, assunzione di medici e infermieri etc. Un programma ampio e di lungo respiro che potrebbe mutare profondamente la società americana al prezzo dell’abolizione dello stato di cose presente. Il destino reale della CHAZ è ancora ignoto e si deciderà ora dopo ora. Mentre le autorità cittadine sembrano voler cercare una pacificazione con gli insorti, evitando l’isolamento sia fisico che psicologico della CHAZ, di altro avviso è, come prevedibile, il suprematista bianco dello Studio Ovale.

Nei suoi tweet invoca “Legge ed Ordine” contro gli anarchici di Seattle lasciati troppo liberi dai politici democratici di “estrema sinistra”. La rivista The Stranger vede due opzioni: istituzionalizzarsi o essere distrutti. La strategia di soft power del governo locale ha consistito finora nel mantenere pulito e raggiungibile il quartiere occupato: dietro a questo volto buono del potere, diverso dal mostro trumpiano, si nasconde comunque la fedeltà agli speculatori. La gentrificazione di Capitol Hill non va fermata, oltre ogni possibile sbandata politica dei manifestanti, e persino questa ribellione potrebbe essere un’occasione proficua per gli speculatori immobiliari. Alla CHAZ comunque si sta costruendo qualcosa. Un altro reportage di The Stranger parla della giornata dell’11 giugno come di un “chill day”: distribuzioni di libri di autori neri e indigeni, artisti che dipingono le strade e persino pizza gratis. La comunità cresce e si prende cura dei suoi membri: sono stati in molti a sottolineare come sia un’esperienza terapeutica dopo i giorni stressanti e violenti delle manifestazioni, dove la Seattle Police Division ha adottato un approccio intimidatorio e muscolare. Destituzione e cura contro violenza di stato e depressione.

Nella scorsa puntata di REINCANTAMENTO, avevo citato la Società Dello Spettacolo di Guy Debord. In questi giorni ho trovato un articolo del 13 agosto 1965 firmato dal grande teorico francese in occasione dei Watts Riots, una rivolta della comunità afroamericana avvenuta in seguito — ma guarda un po’ — a violenze della polizia su una donna incinta. Le parole conclusive di Debord nell’articolo sembrano adatte anche agli avvenimenti di Seattle, al moto desitutivo e reale che mette in crisi la presidenza reality-show di Donald Trump:

Una rivolta contro lo spettacolo — anche se limitata a un singolo quartiere come Watts — mette tutto in discussione perché è una protesta umana contro una vita disumanizzata, una protesta di individui reali contro la loro separazione da una comunità che realizza la loro vera natura umana e sociale e trascende lo spettacolo.

Digital Humanist, wannabe tech critician, working for re-enchanting the world