REINCANTAMENTO. Episodio 6. Attraverso lo schermo: la crudeltà nell’epoca del livestream

Questo piccolo testo nasce nella mattina di martedì 2 giugno 2020. Il silenzio poteva essere un’opzione migliore.

Per chi avesse passato l’ultima settimana in isolamento, un piccolo riassunto: gli Stati Uniti d’America sono in fiamme in seguito all’omicidio del quarantenne afroamericano George Floyd, assassinato dalla polizia a Minneapolis. Con le colonne di fumo che si alzavano vicino ai cancelli della Casa Bianca, il suprematista bianco che siede nello Studio Ovale è stato costretto per qualche ora a rifugiarsi nel bunker presidenziale. Il giorno successivo, invitava i Governatori di “estrema sinistra” ad agire con la forza contro i manifestanti minacciando di inviare la polizia. Era dalla morte di Luther King che gli USA non vivevano una sommossa tanto ampia e solo i riots di Los Angeles del 1992 si erano avvicinati agli eventi di questi giorni. Rispetto al 1968 o al 1992, gli USA del 2020 sono una società altamente digitalizzata: questo elemento aggiunge un ulteriore elemento di complessità e al tempo stesso ci permette di immedesimarci come non mai nelle lotte del popolo afroamericano. Come abbiamo ribadito spesso qui su REINCANTAMENTO, la tecnologia non ha colore e in questi giorni vediamo sia l’applicazione di nuove forme di controllo che l’emergere di tecnologie “resistenti”. Cerchiamo di astrarre dalla frenesia degli eventi qualche riflessione, concentrandoci sulle voci delle comunità colpite.

Traccia estratta dall’ultimo album di Freddie Gibbs uscito lo scorso venerdì che risuona profondamente negli eventi di oggi

La scintilla per il divampare delle proteste negli USA e della solidarietà nel resto del mondo è stata la diffusione del video dell’omicidio razzista di George Floyd. Il video è diventato immediatamente virale sui principali social media superando tutti i confini e diventando trend topic praticamente in tutti il mondo. Non è la prima volta che accade e la frequenza di questi episodi la dice lunga sulla violenza sistemica degli Stati Uniti: solamente a Febbraio il video di Ahmaud Arbery si è rivelato fondamentale in tribunale per mostrare un altro omicidio di natura razziale. Ancora, nella notte di mercoledì 6 maggio (!) ad Indianapolis un fermo di polizia per alta velocità si è trasformato in un altro omicidio: la vittima è il 21enne Sean Reed a cui sono stati sparati 13 colpi. I testimoni? Le 4000 persone connesse in diretta Facebook sulla live di Reed che dopo essere incappato nei poliziotti inizia a chiedere aiuto ai suoi followers: “Please come and get me!” ripeteva. Qualcuno mi venga a prendere. Non sarebbe arrivato nessuno, nessuno pronto a concretizzare quell’interazione digitale nella vita reale, magari rischiando la vita. Nella comunità afroamericana la diffusione e la condivisione di materiali del genere hanno sempre generato dibattiti e l’enorme impatto del filmato che riprende George Floyd non è stato da meno. In un primo momento, c’è una sorta di sollievo nel vedere i propri traumi finalmente pubblici e condivisi da tante persone. Finalmente anche loro sanno. Finalmente diventa di pubblico dominio la realtà di oppressione che attraversa la prima potenza mondiale da tanto, troppo tempo. Le vite quotidiane di tanti afroamericani sono rovinate in profondità dai traumi del razzismo che possono portare a disturbi psicologici gravi come la depressione.

Le proteste per la morte di Sean Reed ucciso da meno di un mese

Quando il trauma è trasmesso su tutti gli schermi del mondo però la depressione può acuirsi. Le immagini delle violenze diventano allora il sale sulle ferite. “Stop Sharing The George Floyd Video” dice Danny Cherry Jr. su Buzzfeed:

I neri americani non hanno bisogno di vedere quei video per sapere che questa merda continua. Sappiamo che va avanti. Sentiamo le storie delle nostre zie e dei nostri zii, dei nostri fratelli e sorelle, dei nostri nonni e dei nostri genitori che hanno vissuto attraverso Jim Crow. La discriminazione negli Stati Uniti d’America è americana come la torta di mele, e ogni americano di colore a un certo punto ha avuto una fetta.

O ancora il giornalista Athian Akec su i-d uk:

Una parte fondamentale per affrontare questo tema, in modo controintuitivo, è fermare la condivisione delle immagini grafiche della morte nera. Per noi neri, essi svalutano la nostra vita, normalizzano le nostre morti e danneggiano la nostra salute mentale. Molti di questi video sono in circolazione. Chiedetevi, prima di condividerli online, perché questo dovrebbe essere d’aiuto? A chi sto facendo del male nel processo? In questi video vediamo le vite dei nostri fratelli e delle nostre sorelle portate via dall’odio omicida. Ci riempie di indescrivibili sentimenti di angoscia, dolore e miseria. Cercate invece di affrontare in modo proattivo le cause alla radice.

Le buone intenzioni sono chiare: pensiamo che condividendo quelle immagini aumenteremo la sensibilità dei nostri amici su Facebook stupendoli con la violenza della polizia americana. Questo può essere vero in parte. Ma data la natura dei nostri social network è ugualmente probabile che finiremmo per alimentare i contenuti della nostra filter bubble senza far cambiare idea a nessuno ma predicando solo ai convertiti. Intanto, gli schermi dei dispositivi di mezzo mondo riproducono gli stereotipi che abbiamo sui corpi neri, rinforzando in loop quello del nero in manette e altri bias che inconsciamente incombono sui nostri comportamenti. La potenza delle immagini è stata un’arma dei movimenti di liberazione e le lotte afroamericane non fanno eccezione. Per esempio, quando il quattordicenne Emmett Till fu assassinato in Mississippi nel 1955, sua madre decise di mostrare al mondo la brutalità del linciaggio con un funerale a bara aperta.

Come afferma lo studio “Freedom on My Mind: A History of African Americans, with Documents”:

Il funerale a bara aperta tenuto da Mamie Till Bradley ha esposto il mondo a qualcosa di più del corpo gonfio e mutilato del figlio Emmett Till. La sua decisione ha focalizzato l’attenzione non solo sul razzismo statunitense e sulla barbarie del linciaggio, ma anche sui limiti e le vulnerabilità della democrazia americana.

Tuttavia, nel caso di Till si trattava di una decisione deliberata della famiglia volta a mostrare le atrocità subite da un proprio parente. I video virali sul web assomigliano più a schegge impazzite che a progetti deliberati e possono peggiorare il processo di lutto delle famiglie coinvolte. Un dibattito del genere può esistere solo nell’epoca dell’iper-connessione in cui viviamo, a maggior ragione se parliamo dello Stato più sviluppato del mondo.

La signora Till al funerale del figlio

Alle immagini di crudeltà sono seguite le immagini della rabbia e delle rivolte. Le manifestazioni statunitensi sono state oggetto di molti livestream, sia amatoriali sia professionali, sia dei grandi canali che indipendenti (come l’ottimo Unicorn Riot). È chiaro che l’aspetto spettacolare ed estetico sia particolarmente forte quando si parla degli Stati Uniti. Un po’ perché vediamo il caos diffondersi nel cuore dell’impero. Un po’ perché è la stessa natura della società americana ad alimentare la spettacolarizzazione. Rispolverando un classico della teoria critica francese, La società dello spettacolo di Guy Debord del 1968 (stesso anno dell’uccisione di King), troviamo qualche consiglio su come navigare il fiume di contenuti che ha invaso e continuerà a fluire sui nostri feed. Il teorico francese associava allo sviluppo materiale delle società capitalistiche un parallelo sviluppo dei mezzi di comunicazione e della diffusione di immagini. La prima tesi del suo lavoro afferma:

Tutta la vita delle società in cui regnano le moderne condi­zioni di produzione si presenta come un’immensa accumu­lazione di spettacoli. Tutto ciò che era direttamente vissuto si è allontanato in una rappresentazione.”

Nella società che ha inventato la pay-tv, i servizi in streaming e i reality show c’è il rischio che anche la più grande rivolta anti-razzista degli ultimi cinquant’anni finisca per essere raccontata come una puntata di House of Cards. Non facciamoci sottomettere dalle immagini e cerchiamo le parole e i racconti di chi sta lottando in prima fila. Non cediamo alla condivisione compulsiva e pensiamo quali conseguenze hanno i nostri post per le persone coinvolte. Supportiamo e doniamo alle comunità colpite. Non facciamo si che la distanza fisica diventi separazione. Non facciamo sì che la mediazione dei nostri schermi ci allontani dalla forza delle lotte. Trump sta provando a coprire la voce del suo popolo con i suoi tweet improbabili o con il penoso discorso tenuto con la Bibbia in mano.

Trump gioca con una Bibbia. In sottofondo le sirene della polizia disperdono i cittadini

Senza teorizzare troppo, quello è lo Spettacolo. La realtà sono le voci dei manifestanti gassati a meno di un chilometro dal Presidente. Ascoltiamole.

Qui trovate le donazioni per Black Lives Matter. Qui le petizioni da firmare.

Digital Humanist, wannabe tech critician, working for re-enchanting the world

Get the Medium app

A button that says 'Download on the App Store', and if clicked it will lead you to the iOS App store
A button that says 'Get it on, Google Play', and if clicked it will lead you to the Google Play store