REINCANTAMENTO. Episodio 5. Reincantare il design?

Gli episodi precedenti di REINCANTAMENTO sono disponibili qui, qui, qui, qui e qui.

Bentornati. Prima di incominciare questo quinto episodio, ricapitoliamo in breve alcune delle conclusioni raggiunte su REINCANTAMENTO. La tecnica e il pensiero che su di essa si basa stanno distruggendo il mondo e la nostra percezione di esso. Le tecnologie influenzano la formazione degli individui che le usano. Esse “scrivono il nostro sé”. Questo diventa evidente se guardiamo ai social network, così ricchi di relazioni, ricordi e immagini importanti per la nostra persona. Tali tecnologie meriterebbero quindi una cura e un’attenzione costanti dati gli immensi effetti che hanno sulle comunità che le usano. Ma così non è e la loro evoluzione viene indirizzata dalla volontà degli azionisti e dal controllo dei governi. La tecnologia è un veleno per la nostra società. Ma essa, secondo l’etimologia greca, può anche essere un farmaco e aiutare l’umanità nella costruzione di un mondo futuro. Farmaco o veleno? La risposta a questa domanda non è mai definitiva. Essa dipende dalle scelte di design compiute da chi, le tecnologie, le architetta e le presenta agli utenti. Il REINCANTAMENTO si attua ridisegnando gli oggetti che compongo il nostro mondo.

Che cos’è il design nel XXI secolo? Nell’epoca in cui tutti sono creativi e ogni prodotto è unico, dove si colloca questa disciplina? E quale relazione intrattiene con il mondo della tecnologia? Nei Paesi Bassi c’è chi ha voluto provare a rispondere a queste domande. L’ ‘Amsterdam Design Manifesto’ è un piccolo libricino di circa 50 pagine, un tripudio di esperimenti tipografici e slogan programmatici. Il manifesto è frutto di una collaborazione tra il graphic designer Mieke Gerritzen e il teorico dei media Geert Lovink, acquistabile fisicamente presso il Droog Store nella capitale olandese. Casualmente, lo scorso maggio mi sono ritrovato proprio a visitare il Droog allestito da “Temporary Design Space”. Dopo una mezz’ora di esplorazione, affascinato dagli slogan sulle pareti e dall’estetica generale, il piccolo libricino nero era diventato di mia proprietà, trovando posto nella tasca della mia giacca di jeans. Di recente ho riaperto il piccolo volume, rimanendo stupito dall’affinità tra le sue tesi e le riflessioni di REINCANTAMENTO. Quel testo si era impresso più a fondo di quanto io stesso credessi. Nella puntata di oggi cercherò di capire il perché.

Il Manifesto è scaricabile qui

Il design oggi: design dell’illusione

«Per il designer ambizioso è il momento di fare il passo successivo: progettare il futuro come relazione collettiva in sintonia con la vita».

L’Amsterdam Design Manifesto è un testo dada, ricco di provocazioni e slogan diretti soprattutto all’industria del design e alle sue propagazioni olandesi. Le tesi del Manifesto partono da un punto chiave: il design è ovunque. Nella società digitale il design si è propagato tra i beni di consumo: mentre negli anni ’50 l’opposizione tra beni di massa e oggetti di design era evidente, oggi ogni oggetto di consumo è un piccolo artefatto di design. Ikea ed H&M vengono indicate come gli esempi paradigmatici di una tale concezioni: le due multinazionali svedesi producono e vendono in massa ma fanno il possibile per mantenere una patina e un’aura di unicità intorno ai loro oggetti, come se si trattasse di pezzi firmati. Non a caso entrambe le multinazionali hanno collaborato con artisti e designer frequentemente: da Virgil Abloh a Karl Lagerfeld, i prodotti di massa sembrano opere di design pensate per le esigenze di ogni specifico consumatore. «L’azienda diventa calda e personale, permeando le nostre attività quotidiane e le nostre identità individuali. In questo senso, IKEA ha arredato le stazioni della metropolitana di Parigi con i familiari divani Klippan, senza sottolinearne il loro logo». Il design contemporaneo, nella diagnosi degli autori del manifesto, si è dissolto in un’aura che circonda i nostri beni di consumo.

Il design diffuso nei mobili svedesi

«Il design è un incantesimo. Il design diventa un canto, un mantra, un’invocazione sparsa attraverso le discipline nella speranza che faccia la sua magia. La tecnologia del design si sforza di controllare la realizzazione e il funzionamento dei sistemi e delle pratiche tecniche»

Lovink e Gerritzen ci presentano una sorta di “falsa coscienza” del designer: quando il design entra a far parte della standardizzazione del mondo delle merci la sua disciplina inizia a tramontare. Il compito del design diventa l’abbellimento delle merci, la creazione di un valore “unico” e di un aspetto convincente. Lentamente, il design diventa Design Thinking, una strategia di management della produzione e del capitale umano. Il pensiero design-oriented è integrato nei processi del capitalismo cognitivo e creativo: non è un caso che cercando su Youtube “design thinking” i primi risultati provengano da IBM o da Google.

«[Il design] Allo stesso tempo, ha ampliato radicalmente il suo campo d’azione, diventando olistico e persino curativo. Il Design Thinking è visto come un modo per risolvere “creativamente” i problemi mettendo gli esseri umani al centro della scena come “utenti”. Il design, nel frattempo, si è allontanato per un bel po’ di tempo dalle applicazioni concrete negli oggetti e nell’industria verso risultati immateriali e virtuali. […] Il Design Thinking ne è un esempio. Il Design Thinking non riguarda il design, ma una gestione impoverita di estetica, una pratica manageriale dell’estetica».

“Una pratica manageriale dell’estetica”: a questo si riduce la falsa coscienza del designer. E dove trova casa il falso designer? Naturalmente, nella Silicon Valley. Il Manifesto lo dice a chiare lettere: la visione del design oggi si esprime in tre parole “Designed in California”: «Qui entriamo in una neverland a tinte pastello[…] Le cose vanno sempre meglio. La passione per il design si limita agli effetti sociali delle nuove tecnologie in un contesto orientato al processo».

Gli slogan costellano il Manifesto

A cosa serve tutto questo? Perché si rendono necessari processi di controllo dell’estetica, del design e dell’interfaccia? Il design è un incantesimo: così esordisce il manifesto. Ma perché il capitalismo tecnologico ha bisogno di incantarci? Cosa si nasconde dietro la facciata color pastello e i gradienti delle icone delle app? Un modello di business naturalmente. Un sistema di estrazione, organizzazione e valorizzazione dei dati: un sistema costantemente alimentato dai nostri likes, dalle nostre foto, dai nostri “parteciperò” eppure così fatalmente invisibile agli occhi di centinaia di migliaia di utenti. Interfacce e meccanismi sono frutto del lavoro di una classe di programmatori e designer che le ha progettate con la consapevolezza di ciò che stava facendo. Queste scelte sono implicate by design: nel modo in cui certi sistemi vengono costruiti sono implicite le loro conseguenze negative.

In un saggio recente, Addiction by Design: Machine Gambling in Las Vegas (noto in italia come Architetture dell’azzardo) Natasha Dow Schüll indaga proprio l’aspetto architettonico della dipendenza da gioco nei casinò. Secondo l’autrice, l’ambiente dei casinò e il design delle slot machine inducono volontariamente il giocatore allo stato patologico: le macchinette regalano molte più piccole vincite piuttosto che grandi montepremi proprio per invogliare l’utente a continuare a giocare. Un meccanismo simile governa le pagine dei nostri social media e giochi online preferiti, rendendoci sempre più dipendenti e coinvolti. La ricerca di Urbano Reviglio, a cui ci eravamo affidati anche nello scorso episodio, getta una luce su questo aspetto:

«I compulsion loops si trovano già in una vasta gamma di social media e soprattutto nei giochi online (Deibert, 2019). Le ricerche suggeriscono che tali loop possono funzionare tramite “rinforzi a tasso variabile “, in cui le ricompense vengono erogate in modo imprevedibile. Questa imprevedibilità influenza i percorsi della dopamina nel cervello in modi che ingrandiscono le ricompense. Inoltre, le sfaccettature del design innescano intenzionalmente i flussi di dopamina o altri sbalzi emotivi, stimolano il concorso di popolarità o gli obblighi sociali impliciti (Kidron et al., 2018) — utilizzano tutta una serie di hackeraggi cerebrali aggiuntivi, probabilmente molti dei quali non sono nemmeno noti al pubblico. Tra quelli conosciuti, l’indignazione morale può essere sfruttata per aumentare l’impegno. I ricercatori di psicologia della New York University (NYU) hanno scoperto che ogni parola di indignazione morale aggiunta a un tweet aumenta il tasso di retweet del 17% (Harris, 2019). A volte, gli utenti possono anche essere catturati in una spirale di contenuti sempre più estremi e cospiratori — noto anche come “effetto tana del coniglio».

I compulsion loop sono alla base di questa logica: inizialmente compiamo un’azione (postare una foto) aspettandoci una ricompensa (likes, cuori, retweet), quando la ricompensa arriva l’utente è sempre più invogliato a fare ciò che è necessario per riceverla (postare un’altra foto). Questo genere di loop comportamentale funziona a livello biochimico tramite il rilascio di dopamina, un ormone e neurotrasmettitore legato alla percezione del piacere. I social media hanno bisogno della nostra attenzione per crescere e per questa ragione sfruttano meccanismi come i compulsion loop per non farci smettere di scrollare. La strutturazione stessa dei social network si articola secondo protocolli molto precisi che sono frutto di scelte tecniche, di progettazione e design che potevano seguire logiche diverse e opposte. Proviamo ad immaginare un social network che tramite la sua stessa interfaccia inviti alla collaborazione, all’attenzione prolungata, al ricordare anche l’importanza del mondo offline. Proviamo ad immaginare e a progettare un social network che non si mantenga in vita secondo un modello di business che estrae e valorizza dati per poi scambiarli al miglior offerente. Come si diceva all’Atelier Populaire, esempio di design radicale: “IO, TU, NOI PARTECIPIAMO MA LORO CI GUADAGNANO”.

Il design a venire: design del pensiero

«Dobbiamo progettare per la libertà, una libertà che mina attivamente le pressioni tecnologiche per condurre una vita prevedibile. Se questo non avviene, potremmo ritrovarci a vivere in un regime di credito sociale. Benvenuti nella società di Minority Report, una società in cui la prevenzione della deviazione è già stata interiorizzata in modo tale che la previsione non è più necessaria».

Quale speranza allora per il design? In che modo salvare una disciplina che pare condannata a fungere da lubrificante dei processi di produzione e consumo? Il Manifesto abbozza la visione di un design critico e consapevole, un design che contribuisca al reincantamento e al futuro del pianeta. Un primo compito di questa ipotetica disciplina potrebbe essere proprio la visualizzazione dei processi che di solito il design finisce per coprire. E se il design ci aiutasse a vedere la brutalità dell’algoritmo? «Un altro esempio della nuova voglia di artigianato è l’hacking del design degli oggetti tecnicamente complessi che ci circondano. Dagli smartphone agli orologi Apple, dagli smart key finders agli assistenti digitali, tutti i gadget vengono sezionati per sondare criticamente il loro design». Aprire la scatola nera della tecnologia tramite la progettazione di nuovi strumenti. Altro slogan del Manifesto: LA FORMA SEGUE IL CODICE. L’invenzione di nuove forme deve allora per forza passare dalla comprensione di un nuovo codice: da qui passa la lotta alla distrazione organizzata. Giunta all’apice della sua crisi, la disciplina del design deve ora immaginare un mondo al di là del mero calcolo superando i suoi stessi criteri. «Designer, scoprite gli algoritmi! La strategia radicale dei designer è quella di progettare la scomparsa. Questa è la strana contraddizione che i designer con sensibilità visiva devono ora affrontare: come progettare l’invisibile? Ciò che va oltre l’ispezione? Progettare il presente computazionale richiede di progettare l’incomprensibile».

L’unico riscatto possible per la falsa coscienza del designer passa attraverso il tradimento della mega macchina tecnologica a cui hanno contribuito per 40 anni: «In effetti, a meno che i progettisti non tradiscano il sistema che hanno contribuito a costruire, l’idea che possano essere evocate delle alternative non è altro che pura fantasia».

«La tecnologia ha pervaso tutto il campo del design, dall’architettura all’interaction design, dalla moda al product design, dalla grafica al gaming design. Sia i designer emergenti che quelli affermati devono trovare soluzioni per i problemi di privacy con cui si confrontano. Ci auguriamo che le violazioni della privacy siano un problema di design, ma spesso i designer sono meri esecutori di decisioni strategiche prese ben prima di essere impiegati»

La falsa coscienza si supera passando all’autocoscienza, alla consapevolezza della miriade di conseguenze implciite nella progettazione di nuovi artefatti. Gli autori dell’Amsterdam Design Manifesto non solo gli unici sutdiosi dell’ambiente ad aver invocato una simile svolta. Il movimento dello Speculative Design, presentatno nel testo “Speculative Everything” di Anthony Dunne e Fiona Raby, definsice così il design critico:

«Chiamiamo design critico, un design che mette in discussione le implicazioni culturali, sociali ed etiche delle tecnologie emergenti. Una forma di design che può aiutarci a definire i futuri più desiderabili, ed evitare i meno desiderabili.»

In questo nuovo frame, in questo design reincantato, la progettazione non riguarda solamente l’artefatto che vedrà la luce quanto più un intero contesto sociale e antropologico: per quale tipo di persona viene progettato un tale prodotto? In quale tipo di realtà sociale si colloca? Che tipo di enunciazioni causerà nella società? Un pensiero design-oriented ritrova nel problema più che nella soluzione la sua ragion d’essere. È attraverso la problamatizzazione di determinate situazioni che arriviamo a definire i concetti con i quali è meglio lavorare. Ancora il Manifesto: «Come si relazionano gli uomini con il loro ambiente smart? Ignorarete gli standard e le piattaforme, e prendete in modo collaborativo la ruota dello sviluppo tecnologico!».

La deflazione del design non riguarda solo il mondo tecnologico: «Il design del nostro ambiente, la qualità del nostro cibo, la strutturazione e l’accessibilità delle nostre informazioni — tutti questi sono oggi importanti temi di design, accanto al design della natura, al design della moda sostenibile e al design dei comportamenti dei consumatori». Se non riprogettiamo il nostro mondo attraverso nuovi principi — una nuova metafisica — finiremo per scomparire. Il design attualizza concretamente un sistema di ideali: senza un nuovo design non può esistere un reincantamento del mondo, una trasvalutazione dei valori.

L’industria creative nasconde meri interessi economici e discutibili alleanze politiche. Il sogno di conoscenza libera di Google è diventato l’incubo del capitalismo della sorveglianza. La credibilità etica del mondo color pastello della Silicon Valley è sotto zero. E’ tempo che il design diventi un’impresa collettiva per progettare e realizzare gli strumenti di un futor migliore. Un esempio di design critico può essere Privacy Possum, componente aggiuntivo per i browser di navigazione, che impedisce agli utenti di essere tracciati dalla maggior parte dei cookies. Ma se tutto è design allora è tempo di progettare non solo nuovi dispositivi tecnologici ma nuove istituzioni e nuove relazioni. Perché non pensare a una rete di collettivi contro la sorveglianza digitale? O a indossare abiti che impediscano il tracking facciale? Tutti questi strumenti furono chiamati da Ival Illich già negli anni ’70 tools for conviviality: nel omonimo libro lo studioso invocava la necessità di una progettazione volta a rendere gli uomini più liberi, autonomi e realizzati invece che divisi in padroni e schiavi. Il processo di mutazione che io chiamo REINCANTAMENTO non passa dunque solo da un cambio di idee o di visione del mondo ma dall’attuazione di questa nuova metafisica in specifici artefatti umani di ogni tipo. Il REINCANTAMENTO è un processo materiale proprio perché sono materiali le basi di ogni pensiero.

Digital Humanist, wannabe tech critician, working for re-enchanting the world

Digital Humanist, wannabe tech critician, working for re-enchanting the world