Guardando film con il volume spento: un omaggio a Mac Miller

18 giugno 2013. A Palazzo Chigi sedeva da poco Enrico Letta, Barack Obama si godeva il suo rinnovato mandato e Vine era ancora l’app più popolare per i video divertenti. Ma quel giorno, al me stesso 15enne di allora, di tutto questo interessava molto poco. Il 18 giugno di 5 anni fa infatti uscivano sul mercato americano 3 dischi importanti per il rap contemporaneo: Yeezus di Kanye West, Born Sinner di J. Cole e Watching Movies With The Sound Off di Mac Miller. Tre album molto attesi per motivi diversi: se da una parte infatti si parlava del grande ritorno di Kanye dopo anni di scarsa presenza nel rap game, dall’altra si ammirava un J. Cole ormai pronto alla definitiva consacrazione (che invece sarebbe arrivata un anno e un disco dopo) che sfidava il suo idolo Kanye nella sua release date. Un semi affronto, un incontro vis a vis come quello tra lo stesso Kanye e 50 Cent nel 2007 (che aveva definito la caduta del buon 50). Scontri tra «maestri» ed «eredi», tra campioni affermati e giovani freshmen: il rap è uno sport competitivo e il suo pubblico vive per questi frangenti, per questi momenti generazionali commentati sul black Twitter in ogni loro aspetto.

Oltre al chiacchiericcio, quasi in disparte, quel 18 giugno venne rilasciato anche il disco di Mac Miller. Già dalla cover si capisce quanto ci troviamo lontani dagli agonismi e dai deliri di onnipotenza degli altri due: un ragazzo bianco, nudo, seduto a un tavolo con una mela sopra che fissa straniato l’obbiettivo. Agli occhi dello stupido 15enne che ero, sembrò sin da subito un disco noioso e i primi ascolti confermarono la mia idea: a non piacermi fu soprattutto la rappata, troppo monocorde e poco aggressiva. Avevo scoperto il rap da pochi mesi ed ero completamente estasiato dagli aspetti più esagerati di questa cultura. E in fondo, questo album dalla strana copertina rossa lo avevo scaricato solo perché usciva lo stesso giorno degli altri due più famosi. Non sapevo, all’epoca, che quel disco fosse ottimo, con una musicalità originale (produzioni di Flying Lotus, Pharrell, The Alchemist tra gli altri) e testi molto personali, un Mac che si metteva a nudo come nella sua cover appunto. Per non parlare poi di tutti quei featuring, che per me allora non erano altro che nomi assurdi e cartooneschi: Tyler, The Creator, Schoolboy Q, Earl Sweatshirt, Action Bronson. E invece si trattava – semplicemente – di alcuni dei miglior MCs della nostra generazione. Era l’inizio della mia storia d’amore con l’hip hop e da inesperti non si da la giusta importanza a tutto.

Non sapevo, e ora so, che quel disco era il punto di svolta della carriera di Mac che passava dal frat rap, fatto solo per fare festa – la sua prima hit si chiamava tra l’altro «Donald Trump» – a uno stile musicale più maturo, aperto a contaminazioni e onesto nelle liriche. Non sapevo, e ora so, che i dischi di Mac Miller mi avrebbero accompagnato in tutti questi anni e che quel ragazzo nudo in copertina sarebbe costantemente migliorato come artista. Non sapevo, e ora so, che mi avrebbe stupito supportando un rapper così diverso da lui come Chief Keef. Non sapevo, e ora so, che il suo pezzo New Faces V2, oltre a contenere una delle mie strofe preferite di Earl, sarebbe diventata la colonna sonora dei miei viaggi a Berlino: dal primo momento che sono entrato nella metro della capitale tedesca il rumore di chiusura delle porte (sì, quello campionato anche da Kalkbrenner) mi ha ricordato il beat della canzone. Onestamente non l’ho mai considerato uno dei miei artisti preferiti ma ho sempre ammirato il suo percorso, rispettoso e umile verso la musica e sempre teso a fare qualcosa di migliore. Io, in tutti questi anni, nel mio ho provato ad ascoltare musica migliore, ad espandere i miei orizzonti e a non fermarmi ai pregiudizi. Chissà che qualcosa non me lo abbia insegnato proprio ascoltare (e non capire) quel disco. Sicuramente, a 15 anni, nel giugno del primo amore e delle prime sbronze, non avrei mai immaginato che quel ragazzo nudo sulla copertina potesse morire così, quasi a caso, in una notte di settembre a 26 anni, lasciandoci sempre più soli quaggiù senza tutto il suo amore per la musica e la vita.

Digital Humanist, wannabe tech critician, working for re-enchanting the world

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