FSK SATELLITE: ritorno nella trappola

È da almeno tre anni che, nel nostro paese, si fa un gran parlare di trap. L’emergere di questo genere ha dato vita a un’enorme quantità di discussioni e polemiche, fino a far dimenticare quale fosse la vera essenza di questa famigerata trap music. A ricordarcelo sono i tre ragazzi della FSK, fieramente provenienti dal Sud Italia, che ci riportano con FSK TRAPSHIT, all’ABC di questa roba. Taxi, Sapo e Chiello spalancano al pubblico le porte della loro Trap House lucana e raccontano, come in un film pulp, i dettagli più luridi del loro lifestyle.

Il disco ha un’attitudine grezza e cafona, pur rimanendo elaborato sotto diversi punti di vista. In primo luogo, nella direzione artistica, affidata al “solito” Young Goats (già collaboratore della Dark Polo Gang) che non delude nemmeno questa volta, con una cover semplice ma dall’impatto iconico. Greg Willen, re Mida torinese, ci regala undici produzioni più potenti che mai, coese e capaci di creare un mood trionfale e arrogante.

La traccia d’apertura “UP” è un esempio dell’originalità del producer: sentiamo la trasformazione di un beat trap distorto in un pezzo hardcore techno mentre le urla di Taxi diventano sempre più folli e allucinate. Il beat West Coast di “Catene Jesus” rende il pezzo irresistibilmente estivo. Anche tipici suoni trap come in “4L” o “Melissa P” sono portati a un livello qualitativo alto e degno di beatmaker internazionali. Ogni membro del gruppo riesce a caratterizzarsi, regalando varietà al collettivo: Taxi è il leader, Sapo è il gringo di strada e Chiello il romanticone. Dobbiamo invece lamentarci di una certa pigrizia nel vocabolario, un abuso ingiustificato della n-word, e nella riproposizione scontata di alcuni cliché.

La FSK ricrea le atmosfere più crude della trap, nel bene e nel male. Ma, in un panorama discografico patinato, un disco verace e aggressivo come questo sa farsi apprezzare.

Vedremo se la FSK riuscirà a sopravvivere alla propria esplosione o morirà tra le contraddizioni.

Si tratta della scintilla per un divampante incendio, o il fumo di un arrosto inesistente?
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Questo articolo è apparso originariamente su Boh Magazine.

Digital Humanist, wannabe tech critician, working for re-enchanting the world

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