Appunti per una critica delle piattaforme

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La necessità di trovare un nome per la presente fase storica si scontra con l’ineffabilità a qualsiasi paradigma dei nostri giorni. Come possono convivere in un’unica denominazione le regressioni fascio-paranoiche del mondo occidentale, i progetti globali dell’imperatore socialista Xi Jinping e la guerra civile che infiamma il Sud del mondo? In questo cosmo caotico, o chaosmos, la tecnologia accelera la sua marcia di giorno in giorno e assistiamo al disfacimento del mondo come lo conoscevamo attraverso le nostre Instagram Stories. Per questo il chaos diventa hyper-caos, trasmesso in esclusiva su Twitch.

La conformazione economica su cui ci stiamo assestando è stata definita “Capitalismo delle piattaforme”. Cosa si intende per Platform Capitalism? Il concetto è abbozzato negli anni ’90 con lo studio di Schiller sul capitalismo digitale, poi passa dalle elaborazioni di Paul Mason e Nick Srnicek — quest’ultimo autore proprio di “Platform Capitalism” — ed è recentemente arrivato in Italia con il libro omonimo di Benedetto Vecchi. Una piattaforma dunque è un business basato sulla creazione di uno spazio in cui avvengono interazioni tra produttori esterni e consumatori, le quali producono valore per la piattaforma stessa. Si tratta di una infrastruttura aperta e partecipativa, che al tempo stesso gestisce le condizioni di governance del sistema. Come ha recentemente dichiarato Tom Goodwin, Senior Vice President di Havas Media: “Uber, la società di taxi più grande al mondo, non dispone di una flotta veicoli; Facebook, la piattaforma di comunicazione più popolare al mondo, non crea contenuti; Alibaba, il sito vendite di maggior valore, non ha magazzini; Airbnb, il più grande sito per l’affitto di alloggi, non possiede immobili. Sta accadendo qualcosa di davvero interessante”. E il colosso della musica Spotify quanti dischi produce all’anno? Avete indovinato, zero. Glovo e UberEats non possiedono nemmeno le bici su cui mettono i rider!

Quello che mi interessa qui, del fondamentale dibattito sulle piattaforme, è cercare di collegare i frammenti della nostra esperienza quotidiana con il discorso politico-economico. Mentre scrivo queste righe, Spotify mi ha appena mandato una mail incitandomi ad ascoltare l’ultima playlist generata per me «Radar Weekly», che contiene pezzi simili a quelli che regolarmente ascolto. La filiera dei dati di Spotify ha prodotto questa playlist per ogni utente del sistema, diversificando il contenuto secondo i loro gusti. La precisione millimetrica delle piattaforme è contemporaneamente estesa a livello macroscopico su milioni di utenti. Lo splendido pezzo di Antonio Ricciardi su Not ci guida in queste pellegrinazioni: come riportato da Ricciardi, Dominique Cardon, nel suo Che cosa sognano gli Algoritmi? scrive: «Vista dalla prospettiva degli algoritmi, la società non è più fondata su grandi sistemi di determinazione, ma è una specie di micro-fisica dei comportamenti e delle interazioni, decodificabile grazie a sensori posti a basso livello».

Questi «sensori a basso livello» vengono attivati da ogni nostra interazione con le piattaforme e sono continuamente elaborate dagli algoritmi, i quali conoscono i nostri gusti culinari, musicali, cinematografici, i nostri spostamenti e tutto le restanti tracce che ci sono state strappate attraverso i vari strati della struttura economica-computazionale. I gusti non vengono solo conosciuti ma anche definiti, spostati dal lavoro algoritmico. La limitatezza dei consigli di Spotify o Netflix porta a una sempre maggiore omogeneità dei consumi culturali. La bolla diventa difficile da notare perché nascosta dall’immensità delle librerie: su Netflix ci sono un numero spropositato di programmi eppure siamo indirizzati sempre ai colossal e alle correlazioni che essi ci portano. La vastità dell’offerta è ovviamente reale e, al tempo stesso, illusoria e simbolica. Serve a regalarci l’effetto della scelta quando questa è solo il prodotto finale di un percorso di calcoli e suggerimenti.

L’immagine qui sopra ci mostra la ridicola e perversiva campagna pubblicitaria dell’ultimo disco di Drake, uscito lo scorso maggio. E’ innegabile, a mio parere, quanto il servizio streaming voglia offrire sempre la possibilità di una scelta anche quando le questioni di advertising hanno un’evidente priorità. Cerchiamo di operare le nostre correlazioni e capire quali sistemi orientano i nostri click. Le poche conclusioni tratte in queste righe vogliono evidenziare come la ricchezza di contenuti, la presunta diversificazione culturale a cui porterebbero le piattaforme mainstream in realtà stia convergendo verso una micro-omogeneità, che, a differenza dei contenuti mainstream di una volta (il programma tv in prima serata), assegna a ciascuno di noi una bolla di cui godere. Nell’oceano ci accontentiamo di una pozza. Quale libertà sotto gli algoritmi?

Towards a critique of the platforms

The necessity to find a name for the present historical phase clashes with the ineffability of any paradigm of our times. How can the paranoid and fascist regressions of the Western world, the global projects of the socialist emperor Xi Jinping and the civil war that inflames the South of the world coexist in a single name? In this chaotic cosmos, or chaosmos, technology is accelerating its march from day to day and we see the world as we knew it disappearing through our Instagram Stories. This is why chaos becomes hyper-caos, broadcast exclusively on Twitch.
The economic conformation on which we are settling has been called “Platform Capitalism”. What is meant by Platform Capitalism? The concept was sketched in the ’90s with Schiller’s study on digital capitalism, then passed through the elaborations of Paul Mason and Nick Srnicek — the latter author of “Platform Capitalism” — and recently arrived in Italy with a book of the same name by Benedetto Vecchi.

A platform is therefore a business based on the creation of a space in which interactions between external producers and consumers take place, which produce value for the platform itself. It is an open and participatory infrastructure, which at the same time manages the governance conditions of the system. As Tom Goodwin, Senior Vice President of Havas Media, recently stated: “Uber, the world’s largest taxi company, does not have a fleet of vehicles; Facebook, the world’s most popular communication platform, does not create content; Alibaba, the most valuable sales site, has no warehouses; Airbnb, the largest housing rental site, has no real estate. Something really interesting is happening. And how many records does the music giant Spotify produce per year? You guessed it, zero. Glovo and UberEats don’t even own the bikes they put the riders on!

What interests me here, of the fundamental debate on platforms, is to try to connect the fragments of our daily experience with the political-economic discourse. As I write these lines, Spotify has just sent me an email inciting me to listen to the latest playlist generated for me, “Radar Weekly”, which contains similar songs to the ones I regularly listen to. Spotify’s data chain has produced this playlist for each user of the system, diversifying the content according to their tastes. The millimetric precision of the platforms is simultaneously extended at a macroscopic level over millions of users. Antonio Ricciardi’s splendid piece on Not guides us in these pilgrimages: as reported by Ricciardi, Dominique Cardon, in his ‘What do Algorithms dream of?’ writes: “Seen from the perspective of algorithms, society is no longer based on great systems of determination, but is a kind of microphysics of behaviors and interactions, decodable thanks to low level sensors”.
These “low level sensors” are activated by all our interactions with the platforms and are continuously processed by the algorithms, which know our culinary, musical, cinematographic tastes, our movements and all the remaining traces that have been ripped from us through the various layers of this economic-computational structure. Tastes are not only known but also defined and guided by the algorithmical work. Spotify or Netflix’s advices leads to an increasing homogeneity in cultural consumption. The bubble becomes difficult to notice because hidden by the immensity of libraries: on Netflix there are a disproportionate number of programs and yet we are always addressed to the ‘colossals’ and the consequential correlations that are proposed to us. The vastness of the offer is obviously real and, at the same time, illusory and symbolic. It serves to give us the effect of choice when this is only the final product of a path of calculations and suggestions.

The image above shows us the ridiculous and perverse advertising campaign of Drake’s latest album, released last May. It’s undeniable, in my opinion, how much the streaming service always wants to offer the possibility of a choice even when advertising issues have a clear priority. We try to make our own correlations and understand which systems direct our clicks.

The few conclusions drawn in these lines want to highlight how the richness of content, the alleged cultural diversification to which mainstream platforms would lead is actually converging towards a micro-homogeneity, which, unlike the mainstream content of the past (e.g. the prime time TV), gives each of us a content’s bubble to enjoy. In the ocean we are happy with a puddle. What kind of freedom is possible under algorithms’ government?

Digital Humanist, wannabe tech critician, working for re-enchanting the world

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