Decolonizzare l’ambientalismo

Questo testo nasce come un post su una pagina Instagram (RE.INCANTAMENTO) di divulgazione che vuole essere uno spazio per raccontare pezzi di contemporaneità. Il secondo episodio parla della questione climatica e delle sue implicazioni in ambito coloniale. English version below.

La crisi climatica è IL problema del nostro secolo e, come tale, unisce le persone al di là delle divisioni. Nella retorica dell’Antropocene è presente un certo universalismo che afferma la nostra appartenenza comune al pianeta Terra. Eppure, è fondamentale che il movimento per la giustizia climatica tenga presente le differenze tra il Nord e il Sud del mondo per non riprodurre nuove ingiustizie. In primis, perché ci sono popoli che sono da decenni in prima linea contro fenomeni quali la deforestazione. L’account @thebonitachola racconta le storie di attiviste indigene da sempre in lotta con i loro corpi e le loro idee contro lo sfruttamento capitalistico dell’Amazzonia, arrivando a pagare persino con la loro vita. In secondo luogo, i disastri climatici colpiscono prima e con più forza le popolazioni del Sud globale e le fasce più povere dell’Occidente. Pensiamo all’uragano Katrina a New Orleans nel 2005 quando a pagare di più fu proprio la comunità afroamericana della città. O ancora, all’incremento delle migrazioni che i cambiamenti climatici porteranno: è necessario che un movimento ambientalista sappia affrontare i diversi livelli di responsabilità delle popolazioni globali. L’Occidente ha storicamente portato guerre e sfruttamento nel resto del mondo, senza alcuna cura né per gli umani né per i non umani che abitavano certi ambienti. Affibbiare la colpa principale dell’inquinamento a nazioni come Cina o India risulta allora ipocrita e grottesco: innanzitutto, perché noi distruggiamo l’ambiente da ben prima di loro, lo facciamo imponendoci in tutto il resto del mondo riuscendo a essere comunque i più consumisti. Il finto mito della sovrappopolazione funziona in questo senso: è vero che paesi come la Nigeria cresceranno enormemente ma di certo non saranno i bambini nigeriani i responsabili della catastrofe già avviata. Una vera decolonizzazione dell’ambientalismo dovrebbe far saltare l’idea occidentale di progresso, che vede l’aumento di produzione come illimitato e sempre da conseguire, fine ultimo della nostra società. Cercare di guardare oltre i confini del mondo bianco è una mossa fondamentale per cercare quel nuovo orientamento di cui tanto abbiamo bisogno. Studiamo, supportiamo chi da secoli difende l’ecosistema contro ogni logica della “modernità” europea. Perché l’Amazzonia non brucia sicuramente da quest’anno. L’Amazzonia è una terra che ha visto massacri e violenze contro le popolazioni locali sin dal 1492. Qualsiasi movimento ambientalista deve avere il coraggio di evidenziare questa verità.

Decolonize environmentalism

This text was born as a post on an Instagram page (RE.INCANTAMENTO) that aims to be a space to tell contemporary pieces. The second episode talks about the climate issue and its implications in a colonial context.

The climate crisis is THE problem of our century and, as such, it unites people beyond divisions. The term ‘Anthropocene’ is used to describe the present geological era, in which the human species has become the main agent of change for the planet. But in the rhetoric of the Anthropocene there is a certain universalism that hides deep differences. In fact, the climate crisis is located in a world that has always been crossed by distinctions of race, class and gender.

It is crucial that the climate justice movement keep in mind the differences between the North and the South of the world in order not to reproduce new injustices. First of all, because there are peoples who have been in the front line against phenomena such as deforestation for decades. The @thebonitachola account tells the stories of indigenous activists who have always fought with their bodies and ideas against the capitalist exploitation of the Amazon, even paying with their lives. Climate disasters hit the people of the global South and the poorest parts of the West quicker and harder. Think of Hurricane Katrina in New Orleans in 2005 when the Afro-American community in the city paid the most. Think of territories in Bangladesh or Nepal, where a mad monsoon season is already destroying crops and human lives. Or try to think to the increase in migration that climate change will bring: given all this, it is more necessary than ever for the environmental movement to address the different levels of responsibility of populations.

The West has historically brought war and exploitation to the rest of the world, with no care for either humans or non-humans living in certain environments. To blaim firstly nations such as China or India for their emissionis then hypocritical and grotesque: first of all, because we have been destroying the environment since well before them, we have done so by imposing ourselves as a global model and still remain the biggest consumers today. A real decolonisation of environmentalism should blow up the Western idea of progress, which sees the increase in production as unlimited and always to be achieved, the ultimate goal of our society. Trying to look beyond the borders of the white world is a fundamental move to seek the new direction we so badly need. We study, we support those who for centuries have defended the ecosystem against any logic of European “modernity”. Because the Amazon didn’t start to burn this year. The Amazon is a land of slaughters and violence against local populations and nature since 1492. The environmental movement needs to address that.

Digital Humanist, wannabe tech critician, working for re-enchanting the world

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